TZIA TELLEDDA

                                                                                                                             Copyright: foto e intervista: Laura Mele 2018

 

TZIA TELLEDDA

Tzia Telledda nasce ad Oniferi nel 1922 in una famiglia numerosa composta da 10 figli.

Il suo periodo scolastico è stato breve, si è infatti occupata della famiglia sin da piccola svolgendo le faccende domestiche e assistendo suo fratello malato. Ha lavorato poi nel caseificio del paese in zona s'Iffurcau. Si è sposata con Giuseppe, suo compaesano.

 Ha una sorella gemella ( Maria), 3 figli, 11 nipoti, 8 pronipoti.

Immaginate di assaporare un Savoiardo appena sfornato, ora pensate alla sua tenerezza...quasi quasi si scioglie in bocca..Ecco Tzia Daniela é proprio così, tenera come un savoiardo.

 

Di seguito la sua intervista:

"SA RIVOLTA DE SU DEMANIU"

:<<Volevamo quelle terre per lavorarle e non per metterci dei padroni e invece non volevano darcele, non hanno voluto, ci hanno dato invece delle fucilate ed uno é anche morto. Siamo andati in tanti e le nostre richieste erano il lavoro ma i ricchi non ne volevano sentire. La questione si è risolta con la galera per parecchi. Se vuoi ti racconto la storia:

Il 3 Maggio del 1944 ad Oniferi i pastori occuparono i pascoli ex demaniali, ora di privati. Le terre erano di proprietà del Comune ed i pastori che ne usufruivano per molti anni non avevano pagato la tassa allo Stato che poi decise di metterle sotto sequestro e venderle. Queste poi furono acquistate da proprietari terrieri sia del nuorese che da continentali. Dopo molti anni si sparse la voce che la confisca dei terreni era scaduta e che quindi le terre sarebbero tornate al Comune. Quindi dopo molte riunioni decidemmo di occuparle con il bestiame cercando di mandare via i proprietari che nel frattempo le avevano acquistate.

 Ogni mattina del 3, 4 e 5 Maggio tutto il paese: donne, uomini e ragazzi si riuniva al suono del corno urlando "Onieri riccu in 10 minutos". Tutta la popolazione stava riuscendo a scendere a patti con i proprietari  richiedendo di avere i terreni in affitto per 9 anni; così noi  credemmo ancor di più che le cose si stavano evolvendo positivamente. Ma così non fu!

Il 5 Maggio il sindaco di Oniferi ci avvisò che sarebbe stato meglio non andare in quelle terre (proprio in quel giorno) perché ci sarebbero stati i carabinieri. Invece oltre questi c' erano anche i proprietari che durante la rivolta spararono alla folla; credemmo che quei colpi erano a salve. Ci furono invece 4 feriti e un contadino venne ucciso. Il resto della gente che si trovava sul posto venne caricata sui camion e arrestata. Vennero portati a Nuoro anche gli animali.

Le persone arrestate trascorsero circa 3-4 mesi in carcere e qualcuno più di un anno.

Poi un bel giorno passò Emilio Lussu che si fece spiegare da coloro che erano rimasti feriti cosa fosse successo in quella occasione e si mosse per farli liberare.

Infine le terre tornarono ai proprietari e noi perdemmo>>.

 

-FESTE AD ONIFERI-

:<<Tra le feste più importanti del paese ricordo quella di Sant’Anna, quella di Santa Ruche, di Santu Bainzu. La festa della Madonna della Pace si festeggia a Maggio e la chiesetta campestre si trova nella collinetta di Soloai. Quando partecipavamo a queste feste  ci divertivamo perchè ballavamo, cantavamo, giocavamo, spuntinavamo ed organizzavamo anche processioni a  cavallo. Era un modo per riunire il paese e per stare tutti insieme.

 A carnevale da piccoli andavamo a ballare in piazza continuamente, ci mascheravamo con maschere fatte da noi; mica era importante avere un vestito già pronto, lo creavamo noi>>.

 

-PERIODO DELLA GUERRA-

:<<Gli anni della guerra sono stati  veramente brutti perchè non avevamo niente e “baiat prus bisongiu che atteru”. Mio marito è dovuto andare sotto le armi in Jugoslavia; allora non potevi scegliere ma dovevi andare per forza, non è che erano volontari eh, li prendevano per forza, che a loro piacesse o no dovevano andarci>>.

 

-GLI SPOSTAMENTI-

:<<Per andare nei paesi vicini o a lavoro in caseificio andavamo a piedi; cavallo non ne avevo e neanche l’asino  e per andare ad Orani da Oniferi mi sembrava una passeggiata>>.

 

-I MATRIMONI-

:<<Per i matrimoni il da fare era poco; non si invitava tutto il paese ma i parenti stretti ed il pranzo si faceva per strada.  L’uomo andava a prendere la sposa a casa sua. C’ era il rito di tagliare i piatti per terra : si metteva il grano nel piatto e quando passavano gli sposi si spezzava. Si faceva in segno di buon augurio. Tengo a precisare che non se ne spaccavano molti perchè prima a causa della povertà i piatti venivano prestati anche  per fare il pranzo>>.

 

-IL PALIO-

:<<Mi ricordo sempre del prete che è uscito per dare la benedizione e gli asinelli si trovavano in piazza pronti per partire e diceva : “ecco cosa ci vuole, una corsa degli asinelli e a partire tutti insieme”>>.

 

-LE PRIME SCARPETTE-

:<<Avevo due anni quando ho messo le prime scarpette addosso, non c’era niente, ci vestivamo con quello che avevamo, ogni giorno avevamo sempre lo stesso vestito e un grembiule>>.

 

-IL MANGIARE-

:<<Mangiavamo quello che c'era e non le cose che desideravo. Prima non c’era niente si può dire ma la gente essendo povera di accontentava lo stesso.

Mangiavamo pane e formaggio, fave e lardo spesso; ci piacevano anche le erbe selvatiche: finocchietto per esempio che andavamo a raccogliere in campagna>>.

 

-I GIOCHI-

:<<Per quando riguarda i giochi mi piaceva molto giocare ma non potevo dedicarci molto tempo, dovevo lavorare. Mi piaceva disegnare i vassoi facendo finta che fosse vero per invitare la gente. Giocavamo a prederasa , a paradiso e a ballaroddasa>>.

 

-LA VITA ADESSO-

:<<Si vive meglio adesso, e ai ragazzi che hanno una vita davanti dico che siano onesti, laboriosi, senza far male a nessuno...E se i ragazzi sono onesti ed educati stiamo bene anche noi anziani>>.

 

-NEL TEMPO LIBERO-

 :<<Nel tempo libero parlo con i nipotini che mi raccontano storielle, e recito il rosario. Ad una mia nipotina un giorno ho raccontato questa filastrocca:

 

Una bella farfallina è volata stamattina

Alla scuola è venuta e nel banco si è seduta

Quando ha visto le bambine che hanno sporche le manine

Su per l'aria è volata e non è più tornata>>.

 

-IL SEGRETO-

 :<<Il mio segreto è il lavoro; "se ci usciva" una giornata di lavoro ci accontentavamo di "una zorronada">>.

 

-CONSIGLIO AI GIOVANI-

 :<<Fate da bravi e siate onesti! Pensate a lavorare e farvi una famiglia.. sennò non starete bene mai>>.

 

Andai via da casa sua quasi incredula perchè poco prima avevo assistito ad una scena meravigliosa: lei che recitava a memoria il brano di Pietro Deriu, parola per parola, senza mai fermarsi o commettere un errore! E così pensai alla mia memoria da 31enne...

 

Eccolo di seguito:

                                                                                                                                 Sa Maladia ‘e Toniedda

Toniedda, malabadada, s’est sentia male: unu dolor’e matha insupportabile. Su frade, Zuseppe, meda preoccupadu, est curtu derettu a su dottore. Sos bichinos puru si sunu daos ite ‘achere, cadaunu pro dare cunfortu a sa malàdia.

 

Rut’est Antoniedd’in maladìa,

cando bi pesso mi tremo che canna;

prestu accudit sa bichina mia,

‘ido sa morte intrande in sa janna;

tando totu sa bidda est  accudia,

credende chi baiat cosa manna.

Su intender tantas boches de dolore,

accudin tottus mannos e minores.

 

Cando s’intendet s’allarme sonare,

si moet su sordau lestramente;

s’intendet Toniedda abbochinare

est lestra puru accudire sa zente;

pessende ite l’hat a capitare

b’hat haer cosa grave certamente;

ca iss’azudunon pediat mai:

no est debbadas su mutire gai.

 

Totu sa zente est ispappajada

Timende pro disgrassia o delittu,

anzis sa prima chi est arribada

istad’est Marianzela ‘e Zucchittu,

comente unu coette ch’est  intrada

chin su nasu acutu che ferrittu;

nendeli: << Toniedd ‘ it’ est chi hasa,

proite su dolore no mi nasa?

 

Su dolore chi tenes naramilu,

chissai ti lu poth’alleviare>>.

Toniedda, tirandedi su pilu,

ponendeli a manu in su izare;

cudda non cumprendiat mancu a filu

ite mechina de li poder dare;

Toniedda a ohisi e a boche:

<<Mi dolet cue e mi dolet innoche>>.

 

<<Mi dolet in sa brent’e e a dogn’ala,

pobera ‘e me si custu non zessat

depp’haer manicau cosa mala,

e in s’istomacu che la jucco arressa>>.

E Bonaria Cocco tando fala(t)

Issa pariat sa professoressa,

comente vera mastra  in meighina

accudit pro salvare sa vichina.

 

Comente premurosa fit falende,

in s’iscala che l’essiti un’iscarpa;

e cando in sa janna fit intrende,

unu cioi istrazzau l’hat s’isciarpa,

e pro bier ite fit capitende,

sa maladia toccat a appartat;

in dogni membru, in dogni ligadura

pro poder ordinare carchi cura.

 

Ispiegat a iscenzia e talentu

Pro poder ordinare carchi cosa,

e istat rifflettend’unu momentu

e narat: << cust’est colica ventosa,

andad’a mi batir’erba e ventu

chi pro sanare est miraculosa,

erba de bentu bi cheret securu

proite nd’hat serbau atteros puru.

 

<<Chergio cuss’erba de mi procurare>>

Ordinau hat Cocco “su dottore”;

<<Deo a bonu coro dio andare,

ma chie andat a cust’iscuriore;

a s’oru ‘e campusantu a nde chircare

già dia andare, ma tenzo timore,

jeo non b’ando a cuss’iscuriu,

già est accurzu, mandade a Deriu>>.

 

Appena ch’intesu hat s’ispettaculu,

sa muzere brincau che hat a tundu;

no hat timoria de perun’ostacculu,

dispost’a la chircar’in cuddu mundu;

ca naran chi cuss’erb’achet meraculu

e chi che sanat dogni moribundu;

currend’a s’iscuru mammudinu,

a la chircar’a luche de luminu.

Pro nde chircare partidu est currende,

comente una mente variadu,

a dognunu de s’erba demandende,

finzas chi che lu hana indissiau;

la goddit a s’iscuru apparpidende,

totus sas manos si hat irrubau;

pro chi erba de ventu non b’hat solu,

e goddit ruvu siccu e pistiolu.

 

Ma nemmancu cuss’erba mentovada

Ponet riparu a cussa maladia;

est tando Toniedda isconsolada,

narat ch’est custa s’urtim’ agonia;

pro cussu angeledd’est avvisada,

pro lia dare s’urtim’allestia;

però l’han’avviada premmedia,

pro chi l’hat’ accattada galu bia.

 

Su mortorgiu su corvu già l’attrae(t)

E Angeledda pur’est gai totu;

apparpidend’innoche e in cuddae,

ordinat meichinas a fiottu,

nende: <<Innoche bi hat cosa grae,

jeo sa maladia happo connottu,

det’haer manicau carchi catha

e l’est piccau a dolor’ ‘e matha>>.

 

<<Jeo so’  de giust’opinione,

e subitu sa proa nde bidimus,

ponidemila in posizione,

ca unu lavativu li fachimus;

preparademi s’abb’e su sapone,

pro nde bochare da corpus  su limu ;

jeo hapo manu bona e m’intendo,

in d’un’istante sana bos la rendo>>.

 

<<Soe già intendend’unu fiaccu,

noest de palmoliva e mancu crema,

ponidel’in s’imbilicu tabaccu

non giucat in s’istomacu postema.

In sa mia tabacchera bi nd’hat pacu:

cussu est su difficile problema;

Toniedda tabaccu a nde tene(s),

ca est pro tene e totu, e fachet bene>>.

 

A Angeledd’ascurtu no li dana,

essende chi pariat tantu abbista;

forzis de tabaccare haiat gana

e de tabaccu nde fit improvista;

lu depiat pedire a zente sana,

no a sa moribund’afflitt’e trista;

e cand’in cussu non l’han postu mente

a boccau atterun’isprediente.

Andat chircande su caffè nigheddu,

fizas chi nd’hat  buscau mesu tassa;

proat a nd’assazzare unu ticcheddu

e nudd’a sa maladia nde lassa(t);

issa si pesat  a su cheddu cheddu,

ca su dolor’ ‘e matha no li passa(t);

ite dolore li diat passare,

si caffè non l’han dau a assazzare.

 

Cando compostu si luhat s’iscargiu,

prosichit angeledd’a ordinare;

narat: <<Giuchidel’a su muntonargiu,

sa cosa mala che depet boccare;

va bé chi frittorosu chi est freargiu,

ma si non “bruttat” ponide ment’a mie:

totu sa notte lassadela inie>>.

 

Tand’arribat Zusepp’a su burdellu

Che boe thoppu chi andat a cua;

issa li narat :<<Frade meu bellu,

mi chi morinde si ch’est sorre tua>>.

Como sa morte l’hat post’in s’appellu,

non mandat atterun’ ‘e parte sua.

<<Adios frade caru ca mi ch’ando,

de ‘acher sempre a bonu raccumando>>.

 

Cue a Zuseppe li tremet sa lara,

ca timet chi si ch’andet e non torre(t),

e cominzat :<< Oh sorre mia cara ,

oh istimada cara mia sorre ,

ite t’hap’attu jeo mi lu nara,

pro ‘acher cuss’affrontu de ti morre(r);

chi lu ses nende a brull’anzis lu creo,

pro ti che morrer tue menzus jeo>>.

 

Sas laras de Zuseppe tremulende,

fin chin zusta rejone e chin importu,

sas lacrimas ch’a issu fin falende

già podian abbare dogni ortu;

e poi tantu’e corosuspirende,

chi pariat abberu’e b’haer mortu;

su lu bier chin tant’afflizione

li secabat su cor’a su leone.

 

<<Comente’acco si mi mancas tue,

oh sorre mia bell’e istimada;

cantu nighedda este cussa nue,

cussa chin coro meu s’est firmada;

como in brazzos de chie happ’a rue’

cando che seste tue allontanada,

ca sos frades mi trattan che runzinu;

no mi saludan manc’in su caminu>>.

 

Pianghet e nesciunu lu cunfortat,

che boe muliande a boche trista;

Antoniedda no fit galu morta,

però che l’in ponende in cussa lista;

issu aperta teniat sa “porta”

de inube segreta est sa “provista”;

iscanzada sa “porta”la tenia(t):

totu in fora che fit sa “labaria”.

 

Bidu han sa “porta” chi non fit serrada,

e sa “ calledda” essiat si ch’est fora,

cando si l’han sa feminas mirada,

han cominzadu a rider’in cuss’ora;

si de su risu non bi nd’hat crepada

est pro miraculu de Nostra Sennora;

bidende cussu mostru e ispettacculu

si non bi nd’hat creppau est pro miraculu.

 

Zertas apposta che sun’accudias,

pro tennere s’onore e bier custu;

cojubadas, bajanas e battias

a cuss’iscena b’han leadu gustu;

cando a fora si che sun’essias,

de su risu su logu fit iffustu;

e chin sa porta senza la serrare,

andat a su dottore a l’avvisare.

 

Partit Zuseppe che fora’e sè

Che personaggiu de tragicu dramma.

Su dottore li narat  :<< Cosa c’è adesso non ho visite in programma>>.

Zusepp’insistit :<< Ma venga con me, muore la mia sorre ch’è mia mamma,

caro dottore la prego venire,

perchè la mia sorre sta a morire>>.

 

<<Veramente si tratta di un casaccio,

io sono un dottore e non sono Dio,

e se muore purtroppo cosa faccio,

sapete che morire devo anch’io;

poi a venire con questo ventaccio

ci vuole meglio fegato del mio;

faccio coraggio andiamo a vedere:

esser dottore che brutto mestiere>>.

 

Su dottore rejone nde hat bastante,

ca’it sero de bentu e de traschia,

cando’acchiat unu passu annante,

tres e battor in secus nde fachiat;

e cando de sa porta fit accante

de nou in s’istradone lu poniat ;

fit su bentu furiosu e testardu

chi lu giuchiat che fior’ ‘e gardu.

 

Isettende lu fit Antoniedda,

addolorind’in su lettu corcada,

pariat murrunzende che porchedda

cando no l’hana ancor’approendada;

Puligheddu bi fit a Angeledda

Chi nudda sola bi l’hana lassada;

innantis de su lettu fin sezidos

e de su mal’anzenu addoloridos.

 

Angeledda non paret mancu sarda,

cheret s’italianu faeddare:

<<Le abbiamo dato cosa carda

e adesso comincia a li passare;

questa è una maladia testarda,

che non vuole nemmeno troddiare,

se avesse per forza troddiato,

bene alla brente le aveva fatto >>.

 

Puligheddu est demenzus determinu,

ca no l’est capitau a mente brilla:

<<Io la malattia l’indovino

E stia la malattia tranquilla,

però beviamoun fiasco di vino,

di quello buono che vende Cirilla;

Lo beviamo tutt’in compagnia

Alla salute e così sia>>.

 

Però est Angeledd’in pistichinzu,

istat in sos fiancos grata grata:

<<E per forza depp’haer manichinzu

-narat-innoche puliche bi hata>>.

Su trattare de puliche luminzu,

mai cuss’Angeledda l’haret  fatta.

Intendet de puliche faeddu

E s’est fattu bizzosu Puligheddu.

 

Cominzat Puligheddu a bona gana:

<<Un’offesa per me, un’insolenza,

maleducata, figli di puttana,

brutta, vigliacca, pessima semenza,

anima vile, figlia di satana,

lurida, vecchia, sporca discendenza>>.

Su manichinzu l’est torrau a contu,

s’est deppida fughire pros’affrontu.

 

No ischit su dottore a ube andare,

bidet chi b’hat cherbeddos pacu sanos;

precat a totus cantos de calmare,

de finire burdellos e baccanos;

torrat tando Zuseppe a suplicare

che veru mastru de sos italianos:

<<Guardi se si può interessare

la mia sorella cara a salvare.

 

Se li poteva ordinare la cura,

farebbe opera di umanidade;

se essa muore è un’isventura:

come faccio in tanta soledade.

Saprai che la sua paga è già secura,

che siamo ambos in lista’e povertade;

altrimenti mi prendo il mazzucco

e se mia sorre muore io mi thucco>>.

 

La toccat su dottore chin cussenzia:

che toccada de manu soberana,

isparit dogni male, ogni dolenzia,

ecco Antoniedda allegra e sana.

<<Da com’in susu usa pius prudenzia,

ingulli solu su chi has in gana.

Si a sa brente non pones mesura,

ti che ponen abber’in sepoltura>>.