TZIA JUVANNEDDA

 

TZIA JUVANNEDDA

Tzia Juvannedda nasce ad Oniferi nel 1921 e ci ha vissuto fino agli anni 60’, per poi emigrare con il marito pastore in Toscana e farvi rientro negli anni 2000. Ha iniziato a lavorare dagli 8 anni nei campi  e poi come infermiera successivamente. Vive con una nipote che adora, ama recitare il rosario ogni giorno e lo ripete almeno sette volte. Adora tanto il suo paese tant’è che quando ha vissuto fuori dalla Sardegna ha sempre voluto conservare i modi di fare e pensare di Oniferi.

In ogni sua ruga vedo una battaglia perché lei ha sempre lottato per ottenere ogni cosa e raramente ha chiesto l'aiuto degli altri. E quando qualcosa non è andata per il meglio l’ha accettata ugualmente perché così è la vita.

 

DI SEGUITO LA SUA INTERVISTA:

:<<Eravamo una famiglia povera, poverissima, nonostante abbiamo sempre lavorato. Eravamo ragazzine quando abbiamo iniziato a lavorare, avevamo circa  8 anni, "nos chircavana a sa zorronada, andavammos a su terrenu in zossos, a sos ermos, a zappittare dae manzanu a sero" ( ci cercavano per una giornata di lavoro e andavamo nei terreni che ci sono qui giù nel paese, a zappare dalla mattina alla sera). In inverno mentre lavoravamo soffrivamo molto il freddo e ci coprivamo alla “bene e meglio”, perché non c’erano i soldi e non potevamo acquistare né vestiti né niente. Per il mangiare ci prendevamo il pane da Oniferi. Eravamo anche 30 e tutti insieme mangiavamo il pane e oltre a questo mangiavamo il lardo messo nel fuoco. Poi i proprietari del terreno a volte ci portavano “sa merca o su ricottu " e mangiavamo un po’ dell’uno e dell’altro. A volte prendevamo  " da sue Cirilla pische siccu " e lo mettevamo nel pane.  Alla sera, quando stavamo zappando " sas corroncias nos piccavana peri su pannizzu " ( quando stavamo zappando le cornacchie quasi ci portavano via i panni dove c'era il mangiare ! ). Comunque però da mangiare ce n’era veramente poco e lottavamo sempre per averne un po’ di più. Pane poco ma voglia di lavorare tanta! No mandrones eh! Ridevamo sia quando andavamo a lavorare la mattina che quando rientravamo la sera, sempre tra amiche, eravamo tutte piccole e pressappoco della stessa età e nonostante le fatiche di ogni giorno eravamo sempre contente e col sorriso>>.

 

IL MANGIARE

:<<Mangiavamo quello che c’era! La carne non si mangiava tutti i giorni, ma durante qualche festa o occasione particolare, però sempre un piccolo pezzo. Oltre questo ci nutrivamo dei prodotti dell’orto che noi stessi coltivavamo come il granturco, fagioli e patate. Per quanto riguarda il formaggio lo mangiavamo quando c’era la possibilità; spesso però ce lo davano i proprietari del terreno presso cui lavoravamo,e a volte anche il lardo. Ricordo che quando mia mamma ci faceva da mangiare divideva il cibo in porzioni e dava la razione ad ogni figlio, e noi mangiavamo tutto senza fare preferenze. Devo aggiungere però che ai maschi metteva un po' di cibo in più nella razione facendo quindi una distinzione con noi femmine perché loro andavano fuori per lavoro mentre noi rimanevamo nei dintorni del paese>>.

 

RICORDI

:<<M' appo in mente de babbai Badoreddu chi est mortu in gherra e interrau in Sicilia,de babbai Tottoni, de babbai Tittinu". Ricordo di babbai Tottoni che andò in Africa. Mannai ci mandava a portare l’acqua perché a quei tempi non c’erano i rubinetti  << vae izza mia e batti’ s’abba >>  e  noi  aspettavamo là per prendere l’acqua dalle fontane perché a quei tempi dovevamo fare la fila>>

 

PELLEDDU, LONGHEDDU E COSTANTINU

:<<Quando ero piccola io ogni tanto qualche ragazzino sia per divertirsi che per smorzare la fame andava negli orti per rubare qualche cosa da mangiare . C’era però un posto in particolare dove non si riusciva a rubare nessun frutto e allora i ragazzini ci andavano per gioco e provocavano il proprietario. Una volta Pelleddu, Longheddu e Costantinu sono andati in una zona che si chiama 'sos ermos', e sono arrivati a una vigna che era sempre sorvegliata dal proprietario armato di fucile e conosciuto come “Sirena” ...“tentava chin su fusile tottu sa vinza” (controllava con il fucile tutta la vigna)e  “non bi davata unu gurdone e achina mancari chi lare perdiu, non dava nudda” ( non dava un grappolo d’uva, neanche se stava andando a male).  Quindi Costantino gli diceva : “Sirena che non ha fatto figlio!” ( perché non aveva avuto figli ) per farlo arrabbiare ,e lui gli rispondeva :"becchineddu " (perché il babbo di Costantino aveva delle capre). E nonostante queste provocazioni non dava mai manco un acino d’uva. Ma tanto anche se erano ricchi hanno lasciato tutto qui sulla terra>>.

 

BADOREDDU

:<<Ho vissuto gli anni della guerra e mi ricordo di mio fratello “Badoreddu” che faceva il militare in Juguslavia. Durante tutto quel periodo con la mia famiglia eravamo sempre in pensiero per lui perché non sapevamo se fosse vivo o morto. Mia madre piangeva dalla mattina alla sera e anche noi vedendola in quello stato piangevamo di conseguenza. Meno male però che a Roma viveva un uomo di Oniferi che ha accolto e nascosto un gruppo di soldati (tra cui mio fratello) che erano scappati. Non uscivano mai perche avevano paura dei tedeschi. A Roma era un disastro mentre da noi a Oniferi anzi la guerra nn si è vista quasi. Ha avuto fortuna ed è riuscito a rientrare e si è pure sposato. Abbiamo patito tantissimo però siamo riusciti a superare quel periodo e abbiamo continuato a lavorare come sempre>>.

 

EMIGRARE...

:<<Siamo andati a Firenze per lavorare perché qui non c'era lavoro e andavamo a “sa zorronada ". Là mi sono trovata bene perché “nois ammos mantesu su e noche” (Abbiamo conservato i modi di fare di Oniferi). Mai hanno avuto da dire su di noi e mai abbiamo avuto una parola con nessuno anzi i toscani ci definivano “ angeli”. Mio marito era pastore e con tanti sacrifici  siamo riusciti a sistemare i figli. La vita però ci ha riservato anche disgrazie; Salvatore, uno dei miei figli, mentre andava a lavorare è morto. Faceva il meccanico.

In Toscana mi sono adattata a svolgere diversi lavori, sia pulizie e quello che c’era da fare e poi come infermiera alla casa di cura, dopo aver sistemato i figliuoli nelle scuole>>.

 

ALLA MIA ETÀ

:<<Credo di essere arrivata ai miei 97 anni grazie al lavoro che ho sempre svolto, “non è a vedermi così piccina”, ma ho lavorato davvero tanto. Ora a 8 anni le bambine giocano con le bambole mentre io andavo a zappare! >>. 

 

Alla fine dell’intervista ci ha tenuto a mostrarmi le foto dei suoi genitori e nel fotografarla con queste ho notato che il rosario che portava in mano durante tutta la nostra chiacchierata non lo aveva lasciato neanche per scattare quella foto!