Tziu Maccioni

---------------------------------copyright Laura Mele 2019-------------------

 

TZIU MACCIONI

Tziu Maccioni nasce a Sarule nel 1921. È sposato con tzia Preduzza ed attualmente sono la coppia più longeva di Sarule ( 63 anni di matrimonio).

Ricordo ancora quando lo contattai per sapere quando potevo andare a trovarlo. Mi rispose che ogni giorno sarebbe andato bene, l’importante è che non fossi andata di mattina perchè lui ad andare in campagna non ci rinunciava. Così tra me e me pensai :<< Dev’essere un uomo davvero tosto!>>.

E così questa mia convinzione la portai con me quando suonai il campanello di casa sua. Mi trovai davanti un omone vestito a velluto e con su bonette ed alla prima stretta di mano assodai la mia idea.

Lo seguii e accomodandosi su una panchina in pietra iniziò a raccontare, così io ne aprofittai per fargli qualche domanda.

 

LAURA :<< Signor Maccioni mi racconti un pò del periodo relativo alla sua infanzia>>.

TZIU MACCIONI :<<A 20 anni, in  un giorno come tanti, ricevetti una lettera che mi cambiò la vita. Me la mandava il Ministero della guerra. La aprii e le frasi che leggevo ordinavano di presentarmi al distretto militare di Oristano il 6 Gennaio 1941.

Mi tennero là tre giorni per la visita. Il primo e il secondo giorno pensavo di non essere idoneo  e che di lì a poco mi avrebbero rimandato a casa. Invece il terzo giorno non c’è stato niente da fare e mi assegnarono al corpo, dodicesimo battaglione mortai di Trieste. C’era un signore quel giorno che non riuscì a  spiegarmi cosa significasse “battaglione mortaio” e così pure i miei compagni.  Un tenente invece mi disse che si trattava di un’artiglieria che va con il comando, che tira, fa l’operazione e spara quasi senza vedere, per poi  nascondersi dietro un muro per le pallottole.

Feci la guerra dal 1941 fino al Dicembre del 1945 ed in quegli anni non mi trovavo sempre in Italia; ne feci tre fuori  in combattimento con il ruolo di accompagnatore coprendo l’avanzata e la ritirata; trovandomi perciò al fronte preciso.

Come ti dicevo lasciai la mia isola e come recluta giunsi fino a Trieste dove mi illustrarono i gradi degli ufficiali e devo dirti che stavo bene là.

Trasferitomi  poi a San Pietro del Carso la nostra sistemazioni era costituita da barracche. Per fortuna ci restammo solo per qualche mese in attesa del giuramento. Ci spostammo poi per accompagnare il secondo battaglione 152. Camminammo tutta la notte fino ad arrivare ad un paesino tra Croazia e Serbia di cui ora non ricordo il nome. Penso ancora ai morsi della fame e ai piedi che a furia di camminare quasi non rispondevano più ai miei comandi. Là affiggemmo la bandiera italiana restandoci per tre giorni che trascorsi abbastanza piacevolmente in quanto era in corso una festa paesana. Mangiavamo spesso il minestrone. Spesso non avevamo sete d’acqua, ed  in ogni caso avevamo sempre a disposizione  una riserva di neve sufficiente. Io ed i miei compagni sorseggiavamo perlopiù  il cognac che lo Stato ci forniva, sia per riscaldarci e sia per dimenticare il nostro stato di sofferenza.

Dopo quella breve parentesi di 3 giorni ci mandarono poi al battaglione 151 mortaio.

 Non ci volle molto per capire che tra Croazia e Serbia non correva buon sangue. I croati avevano chiesto l’indipendenza formando un governo nuovo guidato da Pavelic che l’Italia sostenne e non potendo vedere di buon occhio i serbi  iniziarono a perseguitarli. Furono  mesi davvero difficili, con guardie a più non posso, pattuglie e ronde ma senza sparatorie.  Non c’è notte che non pensi a quei giorni>>.

Ad un certo punto passo di lì un mezzo pesante, credo fosse un pulman e quasi non riuscivamo più a sentirci. Così siamo stati in silenzio per qualche minuto, ed in quel frangente di tempo associai quel rumore a quelli che si sentono nei film di guerra e pensai : <<Chissà quante volte avrà desiderato silenzi assordanti>>

Il frastuono cessò così lui continuò :<<Vari episodi spiacevoli ed incredibili tuonano sempre nella mia testa ed uno in particolare ricorre spesso nei miei sogni e vorrei raccontartelo:

In media i continentali avevano diritto a 3- 4 giorni di licenza mentre a me ne concessero  un mese tra un imprevisto e l’altro perchè all’andata mi trattennero prima a Zara, poi a Civitavecchia e ad Oristano mentre al rientro incontrai a Trieste un compagno che terminata  la sua licenza era anchegli di ritorno. Rientriammo assieme in Serbia, andammo in camerata e con nostra grande sorpresa non trovammo neanche un soldato dei nostri. Venne il tenente e ci disse :<<Il plotone è  fuori. Siete soli. Restate qui e scegliete una camera per voi>>. Eravamo in una caserma serba conquistata e stavamo al 4 piano. Quella sera mi affacciai alla finestra e vidi un corteo di persone, di truppe che accompagnavano due bare.  Chiamai il mio compagno e gli chiesi il perchè di così tanta gente. Mi disse che in un paese non poco distante c’era un battaglione di fanteria accerchiato. Poco dopo udii delle voci provenire dal cortile e quando mi affacciai avvistai il maggiore correre con gli ufficiali appresso. Qualcuno urlava :<< Chi è il piantone di camerata? E qualcun altro rispose: <<Maccioni!>>. E poi continuarono : Maccioni dai l’allarme a tutta la caserma!>>.  Così feci.  Chiamai  il sergente che in quel momento si trovava in bagno e non appena realizzò di cosa si trattasse iniziò a correre, ed io appresso a lui.

Prendemmo 4 autocarrette,  due servivano al patriarca, 1 per raccogliere tutti i soldati dei plotoni che si trovavano al casello  per poi  portarli in stazione, l’altra proseguì per la scuola agraria.

Anche io mi diressi fino alla stazione e non appena ci arrivai vidi un ponte, poi una vallata e vi salii. Ci raggiunse subito  una scarica di armi da fuoco da parte dei ribelli ( partigiani che facevano parte della resistenza antifascista) che mitragliavano per tutto il tempo un  treno merci, fino a farlo deragliare proprio mentre sfrecciava per la stazione.  Ci fu un morto e sei feriti.

 Ricevemmo l’avviso di avanzare ma non potevamo farlo per via del peso che trasportavamo, eravamo carichi di bombe e mortai. Non riuscivo a comprendere il perchè non reagivamo, così chiesi  spiegazioni :<<Signor Tenente  perchè sparano loro e noi no?  Mi rispose :<< Eh Maccio’, sai che abbiamo il fronte davanti e la galera dietro  se sbagliamo bersaglio...

Così rimanemmo là tutta la notte fino alle due notti seguenti con l’intento di cacciare fuori i partigiani. Fu solo quando riuscimmo finalmente ad attraversare quel ponte che la salvezza sarebbe stata la nostra più grande conquista.

Ho temuto davvero di non farcela in quei giorni e credo che il pensiero verso i miei familiari sia stato determinante per la mia sopravvivenza. Questi  non sapevano se fossi vivo o morto perchè  la corrispondenza era ridotta all’osso. Tutte le lettere erano sottoposte a controllo. Mai ho potuto inserire il mio giusto indirizzo (mortarista, Maccioni salvatore, 1 plotone, 1 compagnia).

 

Un altro episodio che mi segnò profondamente  fu il seguente:  Ci trovavamo in un paesino della Jugoslavia  e ricordo che in quel giorno  pioveva fortissimo, a dirotto. Restammo là per 4 giorni ed io facevo parte di una squadra di carristi capitanata da un comandante sardo.Il giorno della partenza, di rientro in italia, fummo presi alla sprovvista. Un gruppo di ribelli ostacolarono il nostro passaggio avendo  l’ordine di trattenere le nostre truppe in Jugoslavia, ma noi resistemmo. Nei giorni sucessivi  la colonna si disarmò e si divise in tre gruppi: un gruppetto andò via, mentre quello dei prigionieri e dei ribelli rimase. Li accerchiammo per sei giorni e fortunatamente mai ci spararono addosso.

Capitò però che approfittando di una nostra distrazione, proprio quando qualcuno del nostro gruppo andò  a controllare una galleria, presero in ostaggio uno dei nostri per qualche ora. Al momento della sua liberazione gli consegnarono  una lettera raccomandandogli di farla avere  al resto del reparto. Riuscì a tradurla solo una volta giunto a Trieste da un interprete che conosceva il serbo. Le frasi riportate esortavano all’ arresa e che sarebbe stato meglio lasciare i tedeschi soli al loro destino. Gli americani avevano infatti già conquistato la Tunisia. Le comunicazione alla radio consigliavano di resistere!! Da Zara, fino a Fiume  rientrammo a Viterbo a piedi>>.

 

IL RIENTRO IN SARDEGNA

:<<Quando  rientrai in Sardegna o per fortuna o per disgrazia continuai a fare il pastore.

 Conobbi mia moglie dopo il congedo. E cosa devo dirti, mi è piaciuta, mi è sembrata bellina e “me la sono cercata”. Per chiedere la  mano a quei tempi si pagavano i ruffiani. Da parte mia andò mio zio a chiederla in sposa ai genitori. Non fu così semplice perchè ad uno dei fratelli non stavo simpatico e neanche mi salutava. Per fortuna però i genitori accettarono. Ci sposammo e abbiamo avuto tre figli>>.

LA LAVORAZIONE DEL DEL FORMAGGIO

:<<Il latte, una volta munto, veniva subito trasformato in formaggio e per poterlo ottenere veniva prima versato in “su lapiolu” riscaldandolo ad una temperatura di 37° C. Subito dopo veniva aggiunto il caglio di agnello ( ricavato dallo stomaco dell’agnello che veniva lasciato asciugare per un certo periodo di tempo) al latte e si mescolava il tutto lasciandolo riposare per circa 20 minuti dopo averlo coperto con un panno. Sucessivamente si rompeva la cagliata (con un arnese di legno dotato di spuntoni  alle estremità) e dopo 10 minuti di riposo si pressava con le mani. Si tagliava poi con un coltello di legno creando porzioni che venivano riposte all’interno delle forme di legno /alluminio. Continuamente questo veniva pressato con le mani per togliere il siero e capovolto in continuazione all’interno dello forme che sucessivamente venivano riposte in salamoia ( acqua e sale) per 24 ore>>.

IL SEGRETO PER ARRIVARE ALLA SUA ETÀ:

:<<Non ho mai avuto malattie, solo qualche reumatismo. Sono andato dal medico da poco ed  una dottoressa che più o meno potrebbe avere la  sua età mi disse :<< I reumatismi restano per sempre. Una volta che avete preso le medicine ed il dolore si è alleviato potete anche buttarle!>>

 

UN CONSIGLIO DA DARE AI GIOVANI PER VIVERE BENE:

:<<Si vive già bene! Si mangia bene, si dorme bene e se vuoi appisolarti in campagna trovi le brande. Prima dormivano nei cespugli sotto gli alberi.

Ti racconto di un episodio legato a questo che mi capitò in combattimento. Stavamo tutto il giorno accompagnando la milizia. Verso mezzanotte il nostro capitano di artiglieria ci disse di andare a riposare. Come puoi immaginare all’alba non c’era il tempo di fare le tende ed io essendo abituato a fare il pastore presi “una bella preda e contone” e dormii così mentre tutti gli altri rimasero svegli>>.

L’intervista non terminò così. Continuai a parlare con lui di altri episodi di guerra, tra una riflessione e l’altra. Ogni tanto si sistemava il berretto iniziando un nuovo racconto per poi interrompersi poco dopo per riprender  fiato.Si incantava spesso  e con gli occhi sbarrati fissava un punto indefinito sul pavimento evitando di socchiudere più volte le palpebre interrompendo così il tragitto di quelle lascrime che inevitabilmente si sarebbero depositate sulle  rughe profondissime disegnate sul suo viso. Forse molti di voi possono non averci fatto caso. Vi invito quindi a leggere attentamente la prima domanda. Sorge così la mia riflessione. La guerra, per chi l’ha combattuta ha la capacità di condizionare per sempre la vita. È quella che ti fa visita in sogno, che ti ronza nella testa quando ti siedi a tavola o quando vai in campagna, quella che ricorre sempre nei discorsi tra coetanei seduti sulla panchina di pietra che hai di fronte casa. È quella che vuoi sempre raccontare quasi come fosse una granata rimasta inesplosa dentro te. La guerra ti influenza a tal punto da far quasi passare in secondo piano il periodo della tua infanzia senza che neanche tu te ne renda conto. E così, mentre lo guardavo con ammirazione ed immensa stima, pensai a quanto sia difficile convivere con certi ricordi.