TZIU BACHIS
TZIU BACHIS
Tziu Bachis nasce a Dorgali nel 1918, in una famiglia composta da altri due fratelli. Lui è l’unico ad aver raggiunto i cent’anni. Vive con la moglie Pina di 93 anni, con cui quest'anno festeggerà i 70 anni di matrimonio.
Ha frequentato la scuola fino alla seconda elementare e ha sempre lavorato sin da giovane, sia nelle campagne (in particolare nelle vigne, negli oliveti e costruendo muretti a secco) sia nelle imprese, in occasione della costruzione della diga a Dorgali e del porto a Cala Gonone.
Dal 1939 al 1945 ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale, prima come truppa di presidio in Jugoslavia (fino al 1943) e poi di stanza a Macomer fino al termine della guerra.
Attualmente trascorre le giornate andando in campagna con la sua macchina. Ebbene sì, a cent'anni guida ancora! Ho appreso dopo la nostra chiacchierata che gli è stata rinnovata la patente per altri sei mesi!
La campagna è tutta la sua vita e come dice lui: “Continuo ad andarci tanto per passare il tempo, e fare ciò che ero sempre abituato a svolgere, ma mi rendo conto che non posso eseguire proprio tutti i lavoretti come facevo una volta e perciò mi accontento di fare quel che si può”. Quando non va in campagna sta in vicinato, oppure svolge alcune commissioni, come per esempio andare all'ufficio postale.
Io l’ho soprannominato “il gentiluomo” e l’ho capito subito dalla stretta di mano non appena mi ha accolto a casa sua. Lui, uomo d’altri tempi, si distingue per suoi modi così cordiali e per i valori ben saldi, come quello dell’unione familiare che ha trasmesso ai figli e ai nipoti. Mi ha colpito molto quando ha affermato: “Io ho tenuto molto che i miei figli studiassero e si laureassero e ho sempre voluto dare loro questa opportunità perché io non ho avuto la stessa fortuna”.
DI SEGUITO LA SUA INTERVISTA:
IL RIENTRO IN ITALIA
“Ho fatto il servizio militare proprio come tutti quelli della mia età. Ho partecipato alla Seconda Guerra Mondiale e precisamente sono stato in Jugoslavia come truppa di presidio. Ho passato là diversi anni della mia vita, dall’Aprile del 1939 fino al Novembre del 1943 (in Jugoslavia ci sono stato sino all’8 Settembre 1943, giorno dell’Armistizio di Badoglio).
Durante il mio periodo di guerra in Jugoslavia stavamo in paesi isolati, dimenticati dal mondo, che per nostra fortuna però erano circondati dal reticolato come difesa. Stavamo là per presidiare e se capitava qualche attacco da parte dei partigiani si andava.
L’8 Settembre del 1943, quando Badoglio stipulò l’Armistizio, non ricevemmo nessun ordine di rientrare in Italia e in Jugoslavia c'era il nostro quinto corpo d'armata che venne lasciato allo sbaraglio. Provammo diverse volte a rientrare a casa, venendo però più volte bloccati dai partigiani di Tito che si trovavano nei vecchi confini slavi già prima della guerra. Alla fine trovammo un gruppo di partigiani di Tito nella zona tra Trieste e Gorizia che ci aiutò a varcare i confini con la condizione di deporre prima le nostre armi e la nostra attrezzatura, lasciandoci lo zaino con qualche coperta, qualche scatoletta e galletta; altro non avevamo. Capimmo che quei partigiani non se la passavano bene. Una volta arrivati oltre confine le truppe italiane ci invitarono a restare con loro per continuare a combattere, ma noi rifiutammo. Gli ufficiali se ne andarono per conto loro e onestamente non so che fine abbiano fatto, non ebbi più notizie. Per quanto riguarda la nostra truppa ci dividemmo in gruppetti, io ero l’unico sardo. Nel mio gruppo c’era un napoletano, due pugliesi e cinque siciliani. Quella sera vicino a Cervignano di Friuli arrivammo fino a una piccola stazione ferroviaria ed essendo in undici proposi ai miei compagni di truppa che sarebbe stato meglio proseguire verso Bologna; così facemmo e viaggiammo tutta la notte. La mattina seguente ci trovammo a Mestre e decidemmo di uscire dal treno perché ci avevano riferito che c’erano i tedeschi. Quindi, ripreso un altro treno per Padova scoprimmo con grande stupore che invece i tedeschi si trovavano proprio a Padova. Un tedesco, probabilmente sulla quarantina, si accorse che eravamo degli sbandati e che non sapevamo dove andare e ci invitò a scendere dal treno ma noi non ubbidimmo. Allora, per convincerci, tirò fuori una pistola avvicinandosi alla porta del vagone e noi impauriti iniziammo a correre per i vagoni del treno verso la direzione opposta e lui non smetteva di starci alle calcagna. Ad un certo punto fortunatamente il capo stazione alzò la paletta ed il tedesco rimase a terra proprio quando noi uscimmo dal treno per risalirvi da un altro vagone. Questo ci servì di lezione e decidemmo quindi di scendere a Corticella invece che a Bologna, che saltammo.
Abbiamo proseguito il nostro viaggio a piedi fino ad Ancona dove in lontananza vedevamo i tedeschi armati che, come sentinelle, andavano e tornavano. Proseguimmo sempre a piedi. Chiesi delle informazioni riguardo il percorso più semplice per giungere in Abruzzo e mi suggerirono quello che andava su per la montagna. Nella prima città che incontrammo, e che si trovava ai piedi del Gran Sasso d'Italia, ci indicarono una mulattiera e ci informarono che il giorno prima Mussolini era stato liberato dalla sua prigionia a Campo Imperatore (12 Settembre 1943).
Chiesi ai siciliani se venivano con me, ma loro dissero che andavano a Roma. A Roma la situazione era tragica perché era ancora occupata dai tedeschi e chi ci arrivava rischiava di finire nei campi di concentramento. Ci lasciammo quindi coi siciliani e i pugliesi e io proseguii con il ragazzo napoletano fino al fronte in Abruzzo. Passammo un’intera interminabile giornata dentro una conca, fortunatamente non da soli, perché a farci compagnia c’era altra gente dei villaggi vicini.
Quella sera finì il combattimento. Allora salimmo su per la montagna su suggerimento degli abitanti dei villaggi e ad 8 km da Foggia incappammo in una fattoria. Bussammo e ci aprì un uomo vecchio con una donna che ci dissero che il loro figlio si trovava nelle nostre stesse condizioni e aggiunsero che non sapevano dove si trovava. Dopo aver chiacchierato con loro si scusarono, rientrarono in casa perché dovevano mangiare, e a noi ci lasciarono fuori. Non ci invitarono a mangiare con loro. Noi stavamo morendo di fame... Ad un certo punto uscì dalla casa un nipote di questi signori e io lo pregai di dire al nonno se ci poteva dare un pezzo di pane... Rientrò all’interno e con nostra grande meraviglia tornò con un pezzo di pane che però non bastava a sfamarci a sufficienza, ma ci accontentammo. Chiedemmo poi anche di poter trascorrere la notte presso la loro abitazione e lui ci rispose che potevamo farlo nella loro scuderia. Passammo la notte dormendo sopra un carretto insieme a quel ragazzo gentile e alle pulci, eppure non potevamo lamentarci avendo finalmente un tetto sicuro sopra le nostre teste. Il giorno seguente proseguimmo e incontrammo l’ottava armata inglese che avanzava; eravamo già fuori pericolo dai tedeschi! Poi avanzammo su strade un po' isolate e dimenticate dal mondo raggiungendo finalmente la casa del mio compagno napoletano. Rimasi tre giorni ospite a casa loro. Il mangiare scarseggiava, poiché non ne avevano neanche per loro, ma nonostante questo quel poco che avevano lo condividevano con me. Non solo, ma la madre gentilissima mi lavò i vestiti. Una volta andato via da casa loro vagai per Napoli e arrivai in Piazza Plebiscito; non sapevo proprio dove andare perché non conoscevo la città. Allora chiesi delle informazioni ai poliziotti che incontrai. Questi mi fecero alloggiare in una caserma (Pizzofalcone) vicino al porto e finalmente potevo mangiare un pezzo di pane ed un piatto di minestra al giorno. E così passai un mese... Fino a che giunse un incrociatore da Cagliari che portava un battaglione di carabinieri a Napoli in modo tale che anche loro potevano seguire l’avanzata. I carabinieri ci invitarono a ad andare con loro per seguire i tedeschi ma noi rifiutammo. Allora l’incrociatore Montecuccoli mi portò il giorno dopo a Cagliari l’11 Novembre del 1943.”
IL SUO SEGRETO PER ARRIVARE ALLA SUA ETÀ
“Se avessi saputo che avrei raggiunto i cento anni magari avrei raccontato il segreto anche a molte altre persone che sarebbero potute arrivare così a questa età. Non credo dipenda dall’alimentazione. Io l’ho considerato sempre un caso di fortuna. Dopo che sono tornato a Dorgali, dopo la guerra, ho sempre lavorato e sono così arrivato alla mia età.”
UN CONSIGLIO AI GIOVANI
“Consiglio di stare sempre in pace con se stessi e con gli altri, come ho fatto io. Quello che mi preoccupava da giovane era non avere lavoro, però avendo pazienza quello l’ho sempre trovato.”
LA PATENTE
“Io ho sempre guidato la macchina fino al 18 Febbraio 2018, giorno del mio centesimo compleanno e giorno in cui è scaduta la patente che mi avevano rinnovato per due anni. La macchina la uso unicamente per andare in campagna! Da poco ho fatto tutti gli esami per il rinnovo, mi hanno messo a leggere e ho letto bene, ho fatto diverse altre prove come la visita oculistica in cui è risultato che ho 7/10. Però solo queste prove non bastano, mi hanno infatti detto che solo perché ho cento anni devo fare altri documenti specifici. Speriamo di risolvere la questione!”



