Antioco Cadeddu
MACOMER
ANTIOCO CADEDDU classe 1920
:<< Non ricordo di aver mai vissuto un periodo di così rigide restrizioni nella mia vita, mi riferisco all’interruzione completa della vita sociale, della libertà di uscita, della spontaneità di un abbraccio a causa della Pandemia da Coronavirus. Ricordo che quando avevo 9 anni capitò un’altra epidemia, precisamente quella della malaria e la popolazione moriva a causa di febbri elevatissime, ma le limitazioni non erano di questa portata.
In queste settimane la casa si è completamente svuotata, i nipoti e pronipoti non vengono più, li vedo e li sento solo in videochiamata. Resto a casa con mia figlia Maria e mio genero Gianni. Nel pomeriggio ricevo la visita di mia figlia Mena e di suo marito Lorenzo mentre la sera ho sempre l’appuntamento telefonico con mio figlio Tore e la moglie Teresa. Non vado più neanche dal barbiere, nonostante fossi abituato ad andarci 2 volte la settimana.
L’unica persona esterna che viene a “trovarmi” una volta la settimana è il medico: la dott.ssa Teresa Bucciarelli >>.
Queste sono le parole di Antioco in questi giorni di reclusione causa Pandemia da Covid19. E’ un pò spaesato da questa nuova situazione nonostante lui nella vita ne abbia viste tante. Quando l’ho conosciuto per la prima volta lo scorso anno mi rimase impresso il suo animo buono e trasparente, la sua semplicità, il suo amore ed attaccamento viscerale verso la famiglia, una famiglia numerosa ed unita di cui lui è il pilastro portante.
Ha voglia di raccontare Antioco e di ricordare ciò che mai ha scordato, di rievocare quegli episodi che ogni tanto ritornano come protagonisti nei suoi sogni. Sono le vicende della seconda guerra mondiale.
LA GUERRA
:<<Sono partito in guerra nel lontano 1939 lasciando la mia casa di Sindia, i miei familiari, la mia vita di sempre per andare chissà dove, non avendo neanche la certezza di poterci mai ritornare. Era la prima volta che varcavo i confini della mia terra.
Da Cagliari arrivai a Torino e da qui nel 1941 insieme ad altri “compagni di guerra” ci trasferirono in Tunisia, precisamente a Cartagine perchè lì c’era il porto, anche se piccolo. Ci rimasi due anni occupandomi della coltivazione delle barbabietole, dei cavoli e della preparazione delle stalle per i vitelli che, una volta ingrassati e macellati, sarebbero stati una riserva di carne per noi militari. I nostri pasti giornalieri erano composti infatti da riso con carne, spezzatino e la pasta alla Domenica. Appartenevo inoltre all’ottava sezione dei panettieri e producevamo 18 mila razioni di pane nella notte. Si trattava di pagnotte piccole, per intenderci con due morsi una di queste era già sparita. La farina utile per prepararle arrivava dall’Italia ma non veniva mai usata bensì rivenduta, venendo sistematicamente sostituita dalla crusca che solitamente si dava agli animali. Tutto questo era architettato e pensato da un mio “compagno italiano” che anche in questo caso si faceva distinguere tra gli altri in territorio straniero.
Dormivamo nei capannoni su letti a castello e ogni stanza conteneva fino a 24 persone. Nei periodi freddi per fortuna c’erano le stufe a carbone. L’ abbigliamento cambiava a seconda del periodo, avevamo il vestito primaverile, quello invernale e quello estivo. Quest’ultimo era in tela coloniale.
Nel 1943 ci trasferirono in Algeria e precisamente al porto di Algeri. Ricordo il tragitto a piedi e lo sterrato rovente che infiammava le suole delle mie scarpe ridotte quasi all’ostia, esponendo in più punti la carne viva. Davanti a noi quasi non scorgevo l’orizzonte. Il tragitto pareva infinito e la preoccupazione per il bere si faceva sempre più insistente; avevamo poche scorte d’acqua con noi all’interno di qualche borraccia ma sapevamo che non sarebbero durate a lungo. Ad un certo punto, in uno di quei giorni, in mezzo al nulla, passò di lì una camionetta militare; si fermò e ci chiese dove eravamo diretti. Io riconobbi l’accento perchè si trattava di un sardo come me; quindi con le lacrime agli occhi dall’emozione risposi che la nostra meta era il porto di Algeri e gli chiesi un passaggio. Non esitò ad aiutarci. Antonio Sanna, questo era il suo nome, si trattava di un ufficiale tenente di Villanova Monteleone ed una volta giunti a destinazione non lo rividi mai più e rimpiango di non essere mai riuscito a ringraziarlo come avrei voluto. Scesi dalla camionetta ed uno strano scenario ci si presentò davanti ai miei occhi: osservavo le file interminabili di bancali e ancora bancali, uno sopra l’altro, che nascondevano la vista al porto. Laggiù c’erano le truppe inglesi alleate con gli americani e noi oramai eravamo in trappola essendo loro prigionieri; attendevamo l’arrivo della nave che ci avrebbe condotto a Liverpool.
Di quei giorni mi è rimasto impresso il primo pranzo, poichè non avendo un recipiente per far bollire l’acqua abbiamo utilizzato una tanica di petrolio pulita come potevamo.
La nave comunque arrivò dopo 20 giorni.
Ho scordato quanto tempo durò il viaggio, in realtà forse non l’ho mai saputo, persi il conto durante il tragitto. L’itinerario non fu diretto ma interrotto da una sosta in prossimità del canale della Manica.
Arrivati in Inghilterra ci smistarono assegnando a ciascuno di noi un campo di lavoro tra i centinaia di campi distribuiti su tutto il territorio. Nessun italiano poteva lavorare nelle industrie e così io finii in una zona dove si coltivava la terra e si allevavano animali.
Ad ognuno di noi venne assegnato un numero di matricola identificativo, stampato su una carta insieme alla mia fotografia, utile per il riconoscimento dei prigionieri di guerra in Inghilterra. Esistevano due copie, una era custodita presso l’ ufficio del governo, mentre l’altra ce l’avevo io. Avevo l’ordine di doverla portare sempre con me e semmai me ne fossi dimenticato sarei stato accusato di diserzione, pena l’arresto.
Fui assegnato al campo 85 (Victoria Camp, Brandon road, Mildenhall, Suffolk) con numero di matricola n° T 84539. La mia mansione sarebbe stata quella di contadino ed allevatore presso la tenuta di un prete (Mr Winch) che distava dal mio alloggio 11km e che percorrevo in bicicletta. La distanza non mi spaventava anzi mi piaceva scoprire il paesaggio intorno a me, pedalata dopo pedalata, stagione dopo stagione, non era mai lo stesso ma era sempre in mutazione.
Nella tenuta mi occupavo dei vitelli, dei cavalli e delle galline ed ogni due giorni Mr Winch mi consegnava una vaschetta di uova da portare a casa e certe volte dimenticandole in cortile si schiudevano.
Mi trovavo molto bene in quel campo.
Mr Winch e sua sorella un giorno mi invitarono a pranzo. Mangiammo fettine e molto altro. Quando finimmo mi chiesero se volessi il caffè ed iniziarono a sparecchiare. Ad un certo punto si presentò davanti ai miei occhi una scena abbastanza disgustosa. Mr Winch si levò la dentiera riponendola dentro uno dei bicchieri dove avevo bevuto poco prima. Rinunciai al caffè ed uscii fuori e vomitai. Chiamarono anche il medico perchè non capivano cosa mi fosse successo.
Rimasi in Inghilterra per 3 anni e devo confessarti che gli inglesi si sono sempre comportati come degli onesti cittadini nei nostri confronti. Ricordo che durante lo smistamento per l’assegnazione al campo di lavoro presenziava una commissione. Era dedita al controllo e al raccoglimento in una busta dei soldi che ognuno di noi possedeva; all’esterno quindi, oltre il nome, compariva la cifra rilasciata. Durante quell’operazione tutti noi abbiamo pensato che sicuramente non l’avremmo mai più rivista invece alla conclusione della prigionia ognuno di noi la riebbe indietro. Con nostra sorpresa all’interno della busta non mancava neanche uno spicciolo.
Dopo sei anni di guerra nel 1946 rientrai in Sardegna e precisamente a Sindia. Ciò che più mi mancò in quegli anni fu il comunicare con la mia famiglia. Non ho mai potuto scrivere sia perchè era proibito e poi perchè non avevo nessun indirizzo. Per le mie sorelle, la mia famiglia, ero un disperso. Pensavano fossi morto.
Nel 1949 sposai mia moglie Antonina Piu a Sindia per poi andare a vivere a Macomer e rimanerci per il resto della mia vita.
Per quanto riguarda il mio lavoro, subito dopo la guerra, ho ripreso a fare l’agricoltore ma poi cambiai mestiere passando al campo industriale occupandomi dell’estrazione del carbone a Carbonia. Feci poi dei corsi e riuscii a conseguire la licenza di artificiere: risanavo quindi i terreni e le abitazioni dalle mine. Venivo chiamato anche durante la costruzione delle strade. Insomma non mi sono mai annoiato nella mia vita, anzi forse ultimamente un pò lo sono.
Credo che Il mio segreto di longevità sia vivere “commente venidi su tempus” e cioè affrontare la vita con positività, pazienza e coraggio senza arrendersi mai di fronte alle difficoltà.
Ed ora Laura dimmi, quanto ti devo per il disturbo?>>.
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